Avv. Hermans Joseph IEZZONI

La contabilità in “nero” e la digitalizzazione del sé

Autore: Avv. Hermans Joseph IEZZONI   Data: 4 marzo 2009

La rettifica del reddito scatta quando il Fisco è in possesso di indizi di un reddito diverso dal dichiarato ma il concetto di documentazione è diventato sempre più elastico.

Ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi non solo le agende, ma anche gli appunti presi alla meno peggio sui foglietti sparsi, possono entrare a pieno titolo nella burocrazia delle verifiche della Guardia di finanza, costituendo poi degli indizi sufficienti di un volume d’affari non dichiarato dall’impresa o dal professionista.

Così, appena fatta la scoperta di questa nuova documentazione, per l’Agenzia delle Entrate scatta l’obbligo della rettifica del reddito a ragione dell’incompletezza, della falsità o dell’inesattezza degli elementi precedentemente indicati nella dichiarazione (art. 39 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600).

A conferma di ciò la recente sentenza 24206 della Sezione Tributaria della Cassazione, depositata lo scorso 26 Settembre 2008, che, in contrasto con le pronunce di merito favorevoli al contribuente seguendo l’assunto della regolare istituzione e conservazione delle scritture contabili, ha dato invece ragione alla ricorrente Agenzia delle Entrate.

Appunti, annotazioni personali, agende o brogliacci tutto fa brodo, o meglio tutto può servire, a dimostrare la cosiddetta contabilità in nero. Il documento diventa via via elastico ricomprendendo anche quegli elementi indiziari che per la loro gravità, precisione, concordanza finisco per ingrassare a dismisura il concetto di scritture contabili, ossia i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti economici svolti fotografando la situazione patrimoniale.

Acquisiti gli indizi, il passo è breve per vedere fioccare all’orizzonte gli avvisi di accertamento a seguito di quel potere, in capo alla competente amministrazione tributaria, che impone la rettificazione d’ufficio della dichiarazione.

Lo scenario non è però completo, andrebbe maggiormente attualizzato. Occorre infatti guardare bene all’evoluzione che il concetto di documento ha subito negli anni. Di esso, ormai, si parla in modi così diversi che non sempre è possibile dare per scontato che di appunti cartacei si tratti, ben potendo aver riguardo a documenti digitali, se redatti così dal principio, oppure elettronici, se vi è stata una loro acquisizione in copia digitale.

Nella vita quotidiana, e non solo lavorativa, del professionista gli appunti o le annotazioni di cui si parla possono anche essere frammenti della corrispondenza elettronica aperta, o quelli contenuti nella memoria di massa del computer o del cellulare, come di una comunissima chiavetta usb, ma non solo.

La reputazione oggi corre sul web, non tanto perché spesso i professionisti creano un loro corrispondente profilo digitale accessibile da chiunque su internet, ma anche per la ragione che si è portati a condividere informazioni che superano lo stretto ambito di lavoro. I nostri interessi, le nostre amicizie, i nostri acquisti od opinioni spesso viaggiano in parallelo con l’attività professionale. Dati che una volta diffusi prendono percorsi inimmaginabili entrando in un meccanismo di divulgazione di cui non possiamo più decidere il come, il quando o il dove. Potenza dei motori di ricerca e di tutti i servizi che hanno trasformato internet in un gigantesco archivio dal quale è impossibile cancellare una informazione.

Indizi, tracce, dettagli che superano la valenza estemporanea per raccontare, assieme ad altri, tenori di vita o ricchezze vere come presunte delle persone che le hanno lasciate. Recentemente l’Agenzia delle Entrate di Pisa, per contestare a dei contribuenti la proprietà di alcuni beni immobili, si è servita anche delle immagini satellitari offerte dal servizio Google Earth (http://earth.google.it/). In molti ricorderanno le accese polemiche sulla diffusione indiscriminata dei redditi degli italiani sul web, ma pochi si sono realmente resi conto che non è dato sapere con certezza dove si trovino ora copie di tutte quelle tracce digitali.

Il concetto di documento, in mano alla burocratizzazione di quell’eccessivo uso dell’accertamento fiscale, è divenuto così elastico da far sorgere più di un sospetto che il suo risultato pratico sia la defenestrazione del concetto di privacy.